Il lavoro rende liberi?

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Il lavoro rende liberi?
E l’assenza di esso?
Diciassette mesi fa mi hanno licenziata, e la prima risposta alla seconda domanda è: sì. Sto godendo di una libertà, di movimento e pensiero, totale: tempo da dedicare all’avveramento di un sogno (Solomente); mente svuotata dall’ansia da prestazione professionale; responsabilità e coinvolgimenti, che tolgono il sonno, assenti; nessuna delusione o prevaricazione, tipico supplizio di chi, come me, ha svolto (ndr. per 32 anni!) il lavoro da impiegata… Una pacchia, insomma. Ma il lavoro è un mezzo il cui fine è il soddisfacimento dei bisogni. Quanti più bisogni avrà un uomo tanto più il lavoro sarà necessario, per soddisfarli. Bisogni fisici o psicologici, i primi indirizzati al mantenimento della sopravvivenza e della buona salute del corpo, i secondi legati al raggiungimento della serenità. Quindi, mio marito, LUI ha trovato un lavoro, per soddisfare il MIO bisogno di serenità! Tra una settimana, per due mesi, lascerò la mia amata Roma, i mie amati amici, mia sorella, per seguire il mio consorte al quale hanno offerto una collaborazione a Milano. Non un lavoro stabile e continuativo ma una consulenza di pochi mesi; quindi non una solida base sulla quale costruire un avvenire, ma un abbrivio. Ed io voglio essere, per lui, l’attrezzatura usata nell’atletica leggera e nel nuoto, voglio essere il suo “blocco di partenza”.
Daje Tesorino mio, daje.

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