Solo Parole

Le ragazze di primavera - Capitolo 32 di Artemisia

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Bussò e gli venne aperto, la signora maestra non c’era, l’aveva sostituita la moglie di Alfredo. Il ferito per un attimo aveva aperto gli occhi poi nient’altro. In generale le sue condizioni erano apparentemente migliorate, la febbre era diminuita. Per ora c'era una sola cosa da fare: aspettare. Fabrizio riprese la strada di casa, anzi del suo letto! Fece il più piano possibile, si spogliò e felice si avvicinò alla sua amata, la cinse con il braccio, coprì con la sua mano quella di lei e riprese a  dormire. Clara, nella tarda mattinata, bussò e li vide immobili, lasciò il vassoio del caffè, richiuse la porta. Era molto tardi, si destarono nello stesso momento, la gioia, la contentezza, il piacere di essere di nuovo vicini, era l’unico sentimento reale che faceva breccia nel loro cuore, li rallegrava rendendoli felici e appagati. Rimasero stretti uno all’altro, senza parlare, in un amplesso amoroso di pieno godimento. Fabrizio tornò a far visita all’infortunato, fu aggiornato direttamente dalla signora Pia, la maestra, durante la veglia notturna, nel delirio, il ragazzo aveva pronunciato nomi di persone a lei familiari, le sorsero mille dubbi, la certezza l’ebbe quando il giovane aprì gli occhi, azzurri come il mare, era stato un suo allievo. Conosceva la famiglia, la sua storia. Era stato costretto a rifugiarsi nella macchia, dopo uno scontro con due guardie, era intervenuto in difesa di una ragazza del paese, importunata pesantemente dai due militi. Gli spararono, riuscì a dileguarsi, fu costretto a nascondersi in montagna in posti impervi e inaccessibili, altri giovani come lui, penalizzati da ingiustizie e soprusi, vivevano in quel contesto e, per non morire di fame e di freddo, erano costretti a razziare e rapinare. Fabrizio voleva saperne di più, e decidere con gli altri cosa fare per rendere una vita sicura e dignitosa a quel giovane  sfortunato. Passati alcuni giorni, le cure ebbero successo, Osvaldo, il ferito, si rimise al meglio, le ferite rimarginate, febbre sparita, voglia di mangiare e bere. Era pronto per potergli parlare, era stato informato dalla maestra dove si trovava e di chi era la proprietà, aveva anche aggiunto, che da persona onesta, generosa, il proprietario del borgo, sicuramente l’avrebbe aiutato. Ci fu l’incontro, Fabrizio chiamò a raccolta i suoi collaboratori, Osvaldo raccontò la sua storia confermando, parola per parola, la versione della signora Pia. Aggiungendo un particolare, che lei non conosceva, aveva moglie e un bambino, il giorno dell’incidente stava andando da loro, percorreva quel sentiero con la sicurezza di non essere visto e per evitare di fare brutti e pericolosi incontri. Notte tempo raggiungeva la famigliola e i genitori, poi all’alba tornava alla montagna. Fabrizio era rimasto e silenzioso, poi espresse il suo pensiero, l’unica cosa possibile da fare era un trasferimento il più lontano possibile, per lui e tutti i suoi cari, trovargli una casa e un lavoro che gli potesse restituire la dignità e l’amore, avrebbe fatto di tutto per aiutarlo. Mandò Peppe, il custode, ad avvisare i famigliari, cercando di non creare alcun sospetto tra gli abitanti del piccolo paese. Osvaldo si inginocchiò, abbracciò le gambe di Fabrizio e pianse. Intanto le idee per una possibile soluzione si accavallavano nella  mente del benefattore. Gli venne in mente Carlo, le filande e gli opifici che possedeva al nord con il padre.