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Le ragazze di Primavera - Capitolo 36 di Artemisia

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La maggior parte degli ambienti erano chiusi a chiave, anche questo rappresentava un ostacolo. Erano tante le richieste e i quesiti da risolvere, non sapeva quale argomento dovesse avere la priorità. Dopo la grande notizia, Fabrizio la notte si svegliava di soprassalto, l’ansia lo rendeva vulnerabile, il ricordo della maternità della madre lo perseguitava. Marianna lo aveva previsto, era sempre presente alle sue crisi, gli parlava, lo coccolava, l’accarezzava, lo spronava alla convinzione che lei era una ragazza forte, tutto sarebbe andato nei miglior dei modi. Al fine di fugare per sempre i dolorosi ricordi del passato, doveva affrontarli con coraggio in questa occasione, era l’unico mezzo per liberarsi dei fantasmi e accettare l’accaduto come un evento doloroso, ma fine a se stesso. Attualmente il vissuto era completamente cambiato, aveva cancellato parte delle negatività del passato, ora bisognava, con determinazione, rimuovere gli ultimi ostacoli. Fabrizio, appoggiato sul grembo della sposa, ascoltava, recepiva, si convinse che Marianna, ancora una volta, aveva fatto centro. Compagna, amica, madre, moglie, amante era la sua musa ispiratrice, dispensatrice di amore e felicità. Il primo progetto era il restauro della Chiesetta con il rinnovamento dell’estetica per renderla un luogo di culto e un angolo di pace, un’oasi dove trovare speranza e sollievo. La porta doveva rimanere sempre aperta, a disposizione di tutti e per tutti. Iniziarono senza perdite di tempo e ripensamento i lavori di ripristino. Marianna, un passo dietro lo sposo, Fabrizio con la grande chiave di ferro tra le dita, l’inserì nella toppa con fermezza e decisione. Il tempo aveva incrostato la serratura, ci vollero numerosi tentativi prima che la porta si aprisse. Tutto era rimasto immutato, spalancarono le quattro finestre, l’aria finalmente tornò a circolare, la luce a filtrare. La Chiesetta non era piccola ma spaziosa e capiente. Al centro un altare di marmi policromi, sul piano erano appoggiati un leggio, un libro sacro, un campanello, forse d’argento, annerito dal tempo, altre e svariate suppellettili. Un corridoio centrale divideva due file di panche di legno, davanti all’altare c'era un inginocchiatoio e lateralmente altre due panche posizionate in verticale. Dietro l’altare una grande tela rappresentava la Santissima Vergine con Gesù bambino. Le nicchie alle pareti erano piene di statue in gesso, di santi e sante. Una cosa buffa notò Marianna: dei due Santi erano omonimi, due Sant'Antonio. Le venne poi spiegato che il primo era riferito al santo di Padova, protettore delle ragazze da marito, l’altro Abate, protettore degli animali, al Borgo serviva la protezione sia dell’uno che dell’altro. Fabrizio affidò alla consorte l’onore e l’onere di seguire i lavori, modificare a suo piacimento gli arredi e le strutture, lui sarebbe tornato a lavori finiti, era sicuro che ancora una volta l’avrebbe sbalordito! Marianna si mise subito all’opera, si consigliò con Carlo, quale ingegnere, che l’avrebbe aiutata a realizzare un ottimo lavoro. Si allestì un piccolo cantiere, l’amico procurò manovalanza, materiali e tutto l’occorrente per dare alla chiesa un’apparenza viva e luminosa e accogliente, pur mantenendo le sue caratteristiche più significative. Carlo esplorò per prima cosa i confini perimetrali delle pareti. Con Marianna decisero di radunare in un solo spazio dedicato, tutte le statue di gesso, l’ideale sarebbe stato avere a disposizione, alla destra e alla sinistra due grandi nicchie, posizionarle nei due lati completare con un gran inginocchiatoio circolare in legno. Per il primo intervento l’ambiente andava vuotato completamente di tutti gli arredi. L'imprevisto era in agguato, il primo santo rimosso rotolò a terra, solo il viso, le mani e i piedi erano di ceramica colorata e non di gesso, il resto una intelaiatura di filo di ferro ricoperto di pagliericcio, a sua volta, fasciato con lunghe strisce di tela, non se ne salvò nessuno, tutti fecero la stessa fine, erano così deteriorati dal tempo, l’umidità, era impossibile restaurarli. Decisero di raccogliere quel poco che era rimasto, chiuderlo in una cassa, in seguito riposizionarlo con un’urna, con scritti i nomi, nel luogo sacro.

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