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Massimiliano Buzzanca

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Massimiliano Buzzanca, nato a Roma il 31 maggio del 1936, prima del suo eccellente percorso rivolto al teatro e al cinema, si è laureato in legge alla Sapienza di Roma, ha esercitato la professione di avvocato fino al 2001, per dedicarsi infine a quella che era la passione della sua vita. Ha messo in scena a novembre 2022 lo spettacolo Sotto lo stesso Tetto, il cui tema inerente la famiglia gli consente di parlare della sua personale esperienza. Nel cinema ha avuto ruoli importanti nei film The Second Coming (2002) regia di Guido Marconi, Il monastero, regia di Antonio Bonifacio (2003), Chamber Film - Interno Giorno regia di Tommaso Rossellini (2010) con Fanny Ardant e Kyla Chaplin. Nel 2011 è stato tra i protagonisti dell'action movie Da che parte è la notte per la regia di Stefano Arquilla. Nel 2005 è stato uno dei protagonisti della commedia brillante Nemici per la pelle interpretata con Massimo Bonetti, Christian De Sica e Stefano Masciarelli, per la regia di Rossella Drudi e Claudio Fragasso. Per la televisione ha interpretato ruoli nelle fiction di Raiuno, Regina dei fiori (2004) regia di Vittorio Sindoni, Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu (2006) regia di Marco Turco, La vita che corre, prima intitolata Stragi del sabato sera, una miniserie televisiva italiana diretta da Fabrizio Costa. È stato anche conduttore di talk show, quiz e programmi di approfondimento sulle emittenti locali Odeon Tv e Rete Oro, dal 2001 al 2006.  A teatro nel 2001 ha debuttato con Novecento, regia di Sergio Ammirata, tratto dal romanzo di Alessandro Baricco. Altre esperienze teatrali con I tre operai (2003) regia di Enrico Bernard, tratto dal romanzo di Carlo Bernari sullo sfondo delle lotte operaie dei primi decenni del 1900; I Menaechmi (2008) di Plauto per la regia di Livio Galassi, al fianco di Mita Medici, Franco Oppini e Nini Salerno; Confessioni (2007) di Giancarlo Loffarelli per la regia di Francesco Piotti. Tra le commedie brillanti, ha interpretato Io e Peter Pan (2006) di Silvestro Longo regia di Cristiano Vaccaro, I lieder di Schumann (2007) di Giancarlo Loffarelli regia di Francesco Piotti e La tredicesima fatica di Ercole (2009-2010) di Sante Stern regia di Sergio Ammirata. Gli sono congeniali le commedie musicali, infatti ha anche portato sul palcoscenico i musical Una volta nella vita (2005) di Bruno Lauzi e Gianfranco Reverberi per la regia di Luigi Galdiero e Sotto er cielo de Roma (2009-2010) di Sergio Iovine e Silvestro Longo.

In occasione dello Spettacolo Sotto lo stesso Tetto, il cui tema inerente la famiglia gli consente di parlare della sua personale esperienza, è stato intervistato da Patrizia Boi.

L'intervista

P. BOI: Massimiliano Buzzanca, cosa succede quando tre uomini tra i 40 e i 50 anni, andati via di casa tanti anni prima, si ritrovano improvvisamente negli spazi ristretti della casa paterna?

«Accade che siccome hanno vissuto insieme il periodo dell’infanzia, i tempi dell’ingenuità e dell’innocenza, è come se tutti gli anni trascorsi al di fuori riguardassero altre vite, di giovani uomini con esperienze differenti. E quando da adulti condividono gli spazi familiari, diventano di nuovo bambini, come se entrassero in una macchina del tempo e ricordassero logoranti questioni che sembravano ormai superate. Differenze, antichi contrasti, vecchi dissapori, tutte le insofferenze familiari tipiche di un tempo, determinano un loro allontanamento. Sono soggiogati da un passato sepolto nel profondo, fatto di ferite che non vogliono affrontare, ma questa convivenza li costringe… A volte in famiglia si giunge anche a dimenticare gli affetti, a causa di questi contrasti, solo per superbia o per orgoglio, al punto da escludere una data persona cara dalla propria vita. Sembra che non se ne voglia più sentir parlare, poi magari nell’incontrarla di nuovo si coglie l’occasione per darsi una reciproca spiegazione. Se con tuo fratello hai avuto uno screzio trent’anni prima e hai modo di comprendere le motivazioni della rottura – che spesso sono davvero banali - allora è come se dall’anima sgorgasse una goccia d’emozione che apre il rubinetto della memoria, dei bei ricordi passati insieme, del richiamo del sangue. Ecco che allora diviene possibile una sorta di ricongiungimento. Ma anche qualora la questione fosse una cosa seria, piena di rancori e odi, di incomprensioni e di dispetti reciproci, una persona saggia, resa saggia dall’età, a sessant’anni, non più spinta dai ventosi impeti giovanili, riflette, soppesa e si domanda: «Ma cosa me ne frega se mio fratello mi ha fatto una brutta azione trenta – quarant’anni fa, in un altro momento della vita, nell’immaturità della giovinezza? La famiglia è famiglia, sangue del tuo stesso sangue, c’è un legame che va oltre ogni piccolo dispetto, che vince sul rancore, sulla rabbia, sulla voglia di vendetta!». Si diventa adulti, non c’è più il tempo di tutta la vita davanti, ormai hai già perso dei pezzi della famiglia, magari tua madre, che ne era il cuore, magari tua nonna che ne rappresentava un polmone, o tuo nonno, che era un dito del tuo piede, oppure un cugino che rappresentava il tuo dito indice, quello con cui sei abituato a giudicare, allora ti assalgono i ricordi... Io sono un uomo d’altri tempi e penso: «Ti ho fatto male? Bene, dammi uno schiaffo e pareggiamo la causa della nostra discordia! Ti chiedo scusa! Non volevo dire quella parola, ero arrabbiato! Non l’ho fatto volontariamente, o almeno forse non me ne sono reso conto…». Insomma, due persone perbene, dopo tanti anni, sono diventate adulte, allora basta parlarsi, spiegarsi, ascoltarsi, cercare la connessione interiore che aveva reso possibile la relazione, di parentela, di amicizia, d’amore, il legame resta per sempre, è solo nascosto nel profondo, pronto a essere rispristinato, se il destino lo vuole. A volte mi è capitato di dire con benevolenza e affetto una parola che per me aveva un significato ma è stata interpretata male: «Ma sei un cretino!». Eppure non voleva essere un giudizio, o un’offesa, ma l’altro si è inalberato, si è sentito umiliato ed è nato un litigio. Io volevo intendere solo che era uno sciocco fanciullo, che non era il caso se la prendesse troppo. È stato un mio modo fanciullesco di agire, perché io sono “uno sciocco fanciullo”, chi fa il mio mestiere spesso lo è. Non è mica la fine del mondo, non bisogna prendersela per un nulla da ragazzini, crescendo si capisce che ci sono davvero valori più importanti nella vita…».

P. BOI: Nei tuoi occhi si percepiscono dei grandissimi affetti, parliamo per esempio di Lucia Peralta…

«Mamma? La colonna portante della famiglia. Mancando lei, in effetti, abbiamo rischiato che la famiglia si sgretolasse. Abbiamo faticato e stiamo continuando a faticare per impedire la distruzione della famiglia. Non è per niente facile, siamo tre maschi. Mio fratello, papà ed io. Se avessimo almeno avuto una sorella, si sarebbe potuta prendere il compito di tenere unita la famiglia, la famiglia siciliana, infatti, è incentrata sulla femmina, da noi a Palermo, “se non c’è la femmina la famiglia non c’è”! Per noi è stato difficile soprattutto perché papà da due anni a questa parte insegue i cartoni animati, mio fratello Mario sta a Bangkok e vive con la sua famiglia, io ho una mia famiglia e vivo a Roma. In qualche modo faccio da trait d’union tra papà e Mario, gioco forza ho sia un’eredità di famiglia che artistica. Però spero che Lucia sia sempre là e mi stia dando una mano. È stata sposata con papà per cinquant’anni, era il perno attorno cui tutto ruotava. Certo che papà per tre volte papà ha deragliato, ma mamma era siciliana, gli ha dato tre ‘pizzoni’ e lo ha ricondotto per la giusta strada. È stata una grande donna!».

P. BOI: Quanto ti ha trasmesso come attore tuo padre Lando?

«Tantissimo, fin da piccolo – avevo circa 6 anni - piuttosto che leggere libri, mi nascondevo nella libreria di papà e mi divertivo a leggere i suoi copioni, quindi conosco molto bene tutti i personaggi che lui ha interpretato e anche quelli che poi non ha più fatto, li ho respirati nell’infanzia e ho osservato istante per istante il lavoro dell’attore su se stesso, la fatica per entrare nella parte, l’evoluzione del personaggio, il momento in cui tra mio padre e il personaggio non c’era più differenza, circolavano in casa come a braccetto, in un legame indissolubile, che poi gli rimaneva dentro per sempre, lui era diventato dentro di sé anche quel personaggio... Io sono attore da quando avevo circa 7 anni: ti confido un fatto che non ho mai detto nemmeno a mio padre, fingevo malattie strane per vedere se mio padre ci credeva. Una volta devo aver recitato così bene la parte del bambino che non riusciva più camminare che lui si è spaventato talmente tanto che si è messo in ginocchio a pregare la Madonna. E io ho avuto timore di dirgli che non era vero, perché altrimenti mi avrebbe gonfiato di botte…».

P. BOI: Prima di fare l’attore facevi l’avvocato, hai respirato per dieci anni il tanfo degli Studi Legali, sicuramente hai avuto a che fare con beghe legali dovute a un’eredità?

«Quello no, non mi sono mai occupato di eredità, io ho lavorato sempre nel cinema, con Gianni Massaro e con un altro studio legale importante, mi occupavo di Diritto d’Autore e di contrattualista sempre legata ai Diritti d’Autore…Era un dono per mio padre e mia madre, mio fratello aveva deciso di andar via per fare un altro tipo di vita per conto suo lontano dalla famiglia, io invece, sono rimasto impelagato nelle maglie della famiglia e dato che papà non voleva che facessi l’attore a nessun costo mi sono preso la laurea e ho fatto l’avvocato per dieci anni, poi a un certo punto gli ho detto: «Papà, io voglio far l’attore!».

P. BOI: Ma perché tuo padre e tua madre non volevano che tu facessi l’attore?

«Mia madre voleva che facessi quello che più desideravo, era papà che non voleva, perché pensava che io fossi attratto dalle paillettes, dalle minigonne, dalle belle donne… In sostanza proiettava su di me quello che a lui affascinava da ragazzino, ossia le donne belle, le gambe, ecc. Ne ha conosciute tante di belle donne sul set Invece io volevo fare l’attore perché ne avevo bisogno: ho seimila personaggi nel mio corpo e ho bisogno di esercitarne il più possibile. E poi per una questione di piacere. Se una persona dice che gli sta antipatico Buzzanca, allora mi chiedo cosa ho fatto per risultare antipatico, mi dispiace. Ma la cosa bella che quando mio padre mi ha visto recitare – a me non ha detto niente –, ma agli amici, ha detto: «Mio figlio è più bravo di me!». Sentirmi dire questo mi ha ammazzato, per me è un peso enorme, perché papà non è stato uno dei tanti attori che girano il mondo e che fanno delle particine, lui è uno di quelli che hanno segnato un’epoca. È uno di quei 7/8 di cui tutti si ricordano come Vittorio, come Ugo, come Nino, come Alberto…».

P. BOI: Tuo padre aveva un grande senso dello humor, aveva un volto che poteva anche non parlare e faceva ridere, bastavano i suoi piani d’ascolto, invece, come viene giocato il fattore comico tra i protagonisti, cosa rende la recitazione esilarante? I personaggi, l’assurdità della storia, gli oggetti presenti in scena?

«Sono Claudio e Stefano che reggono la Commedia, il mio personaggio è serio, se è quando fa ridere non è sulle battute, ma sul suo essere severo e sul contrasto con gli altri due protagonisti, che sono bravissimi, davvero due belle macchine da guerra!». Da questo stralcio dell’intervista emerge una personalità molto fanciullesca di chi ha spolverato le scrivanie del Diritto, cercando di diventare adulto nello studio delle Leggi e delle Norme, ma che poi ha scelto di esercitare il suo ‘diritto’ di ritornare a quei primi copioni di Lando, la sua vera passione infantile, che esercitava fin dai sette anni, quando per farsi ascoltare da suo padre e verificare le sue qualità d’attore era persino disposto a fingersi gravemente ammalato. Eppure Massimiliano è sempre sincero e spontaneo, non nasconde gli attaccamenti familiari, il piacere che prova a fare questo mestiere e la sua carica empatica. E non si vergogna assolutamente di mostrare questo suo lato più fragile, sincero, sensibile, che spesso la maggior parte di noi nasconde.

SOLO TRE DOMANDE

  • Mi de­scri­vo con solo tre ag­get­ti­vi
    • Sensibile.
    • Simpatico.
    • Spontaneo.
  • Il solo even­to che mi ha cam­bia­to la vita
    • A sette anni i copioni di mio padre a disposizione per il mio gioco preferito.

SOLO tantE IMMAGINi

 

 

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