Solo Menti

Ruggero Poi

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Mi chiamo Ruggero Poi, e mi piace riconoscere le direzioni della vita seguendo le curve più che i rettilinei. Le curve non si prevedono, ci allenano a spostare lo sguardo, a rallentare, a cambiare ritmo per ripartire.

Una di queste curve l’ho incontrata nell’estate del 2003, in uno scavo archeologico vicino a Pesaro. Allora studiavo Topografia Antica, convinto che avrei fatto dell’archeologia il mio mestiere. Il sole d’agosto batteva sul terreno e, centimetro dopo centimetro, tra polvere e silenzio, stava emergendo sotto il mio pennello un piccolo tumulo: la tomba di un bambino di tre anni.
Non lo sapevo ancora, ma quel bambino avrebbe scavato dentro di me più di quanto io stavo facendo con la terra.

Le sue ossa fragili, riposte in una cassetta di plastica per essere studiate e archiviate, hanno chiuso un capitolo e ne hanno aperto un altro: da quel momento non ho più cercato di “trovare reperti”, ma di ascoltare tracce vive. Ho cominciato a sentire che il mio compito era un altro: accendere la coscienza del presente ascoltando l’infanzia. Niente come scavare quella tomba, stare con la febbre a 40 in una buca sotto il sole di agosto, imparando che la febbre si può superare anche lavorando all’aria aperta e non solo sotto le coperte a letto, pranzare con gli altri studenti, ha orientato le mie scelte successive. Non gli esami, non le lezioni (fondamentali sia chiaro per arrivare a scavare) ma l’esperienza, il contatto diretto con la terra, con un’altra storia, quella di quel bambino, mi ha rivelato in modo più lampante la mia vocazione. Negli anni, questa intuizione si è trasformata in un cammino che combina arte e pedagogia. Ho la fortuna di lavorare con Michelangelo Pistoletto e con Cittadellarte, dove l’arte diventa azione civile e la scuola si apre alla comunità. Un’ecologia educativa che non separa l’apprendimento dal vivere, né la conoscenza dal gesto. Dopo aver co-fondato Fondazione Montessori Italia, ho avviato proprio a Cittadellarte l’esperienza della scuola complementare Open School del Terzo Paradiso, per bambini dai 6 agli 11 anni: un luogo in cui la conoscenza si costruisce attraverso l'incontro e la cura.
Studiare l’infanzia è un modo di capire l’umanità molto simile allo scavo archeologico.

Nel frattempo un’altra curva mi ha portato a Zoe Salvamondo.

Inizialmente pensata come un personaggio di una collana di libri per l’infanzia, e divenuta oggi un laboratorio di scrittura partecipata nelle scuole, un tesoro di avventure per affrontare i grandi temi della nostra società.

L’ultimo volume, Zoe e il Talento Liberato, edito da Beisler (https://www.beisler.it/product/zoe-e-il-talento-liberato/) tratta i temi dell’educazione di qualità, ed è stato scritto a 132 mani con i ragazzi e le ragazze della scuola secondaria di primo grado dell’I.C. Sobrero, grazie alla collaborazione con il Rondò dei Talenti di Cuneo.
In questo libro esploriamo il talento come una moneta da scambiare e la città come luogo in cui le capacità individuali possono fiorire attraverso la relazione con gli animali e la creatività di ognuno.

Il tema della liberazione è presente in altri due percorsi editoriali e performativi:

La verità di Pinocchio: Epifania di un bambino, un libro-spettacolo, in collaborazione con Annalisa Perino, che rilegge la fiaba di Collodi come un viaggio educativo alla ricerca della libertà interiore (https://www.mondadoristore.it/la-verita-di-pinocchio-epifania-di-un-bambino-ediz-illustrata-libro-ruggero-poi/p/9791223945896)

Cattivi Maestri: come lo siamo diventati, un saggio che riflette sull’esperienza del “fare scuola” oggi, sull’urgenza di liberare l’infanzia — e con essa l’umanità — dallo stato di cattività in cui rischia di sprofondare, creando ambienti d’apprendimento diffusi. (https://www.ibs.it/cattivi-maestri-come-siamo-diventati-ebook-ruggero-
poi/e/9791223950920)

Credo che la liberazione del talento passi anche da qui: dal risveglio di un pensiero libero, capace di educare senza addomesticare, di custodire senza trattenere, di insegnare restando in ascolto.

Ventidue anni dopo quello scavo, l’immagine di — Tb.20/02 — mi è tornata davanti. Ho sentito il bisogno di sostare dopo la curva e scrivere qui una delle mie storie più importanti. Il bambino affidatomi dallo scavo di Colombarone — Tb.20/02 appunto non è più solo un reperto: è diventato un simbolo, il mio interlocutore silenzioso. È l’infanzia del mondo che chiede di essere guardata, accolta, rispettata come un tesoro non archiviabile.

SOLO TRE DOMANDE

  • Mi de­scri­vo con solo tre ag­get­tivi­
    • Inquieto, perché non procedo mai in linea retta.
    • Quieto, perché lascio entrare quello che incontro.
    • Imperfetto, perché vivo nel mio tempo.
  • Il solo even­to che mi ha cam­bia­to la vita
    • La scoperta della tomba di un bambino durante uno scavo archeologico.
      Lì ho capito che non sarei stato un archeologo della materia, ma della relazione.
      Da allora scavo nei territori dell’infanzia, dove ogni gesto educativo è una forma di restituzione alla terra.

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