
Riccardo Pieretti nasce in una casa di Orvieto nel maggio del '90. Sviluppa da bambino una grande passione per lo sport, la musica e la matematica. Lascia gli studi di Ingegneria Fisica al Politecnico di Milano per dedicarsi alla ricerca del niente. È mentre studia Economia a La Sapienza e mentre lavora pedissequamente come cameriere che incontra la grande epifania della sua vita: il Teatro. Si diploma alla Stage Academy di Roma seguendo parallelamente gli insegnamenti di biomeccanica alla Palestra dell’Attore di Claudio Spadola, del quale diventerà assistente all’insegnamento. Dal 2021 studia con l’Acting coach Michéle Londsale Smith (Actors Studio). E’ Adolf Hitler in FEMININUM MASKULINUM di Giancarlo Sepe con cui lavora stabilmente dal 2019. Mette radici all’OFF/OFF Theatre di Via Giulia in cui recita in sei spettacoli di Giovanni Franci, tra cui L’Effetto Che Fa, Roma Caput Mundi e Silvio. Essere nello staff organizzativo di Umbria Jazz non lo aiuta a saper suonare decentemente la chitarra. Però ci prova.
Abbiamo intervistato Riccardo Pieretti in occasione dello spettacolo "Silvio" di Giovanni Franci andato in scena all'OFFOFF Theatre dal 12 al 16 novembre 2025.
l'intervista
Lei ha recitato nello spettacolo "Silvio" che si è concluso qualche giorno fa all'OffOff Theatre, ci può descrivere il suo personaggio?
Ragazzo - così si chiama il mio personaggio - è l’unico delle pièce che non ha un nome. Dapprima l’orgoglio ne ha risentito, a primo acchito mi sembrava il ruolo più marginale dell’opera. Già dalle prime letture con la compagnia invece si è capito che era quello meno emerso, da tirar fuori dal testo e da modellare con lo scalpello d’attore e la pialla da regista. Ragazzo tira delle somme sommarie sulla condotta politica di Silvio, con Silvio. Lo accusa con la fascinazione che si ha per una figura che, seppur in negativo, è stata a suo modo rivoluzionaria. E lo fa in modo sprezzante, spregiudicato, attirando le simpatie del suo celebre interlocutore. Vedendola in chiave dickensiana, dove le tre figure orbitanti attorno a Silvio potrebbero rappresentare i suoi fantasmi, Ragazzo sarebbe quello del Natale Futuro. Pondera l’eredità del trentennio berlusconiano congedandolo alla chiusura. La ricerca per la chiave di Ragazzo alla fine s’è conclusa. La sua soluzione è disseminata sottile nell’arco di tutta la pièce. Alla fine ha un nome e un cognome. Per conoscerlo bisogna venire a teatro.
Tra tutte le esperienze attoriali che ha avuto nel corso della sua carriera qual è quella che lo ha maggiormente emozionato?
Sono molti anni che collaboro con Giancarlo Sepe e per ognuna delle produzioni fatte con lui - ad oggi quattro - potrei raccontare della dedizione nella ricerca artistica, della soddisfazione nel calcare i grandi palchi, dell’abnegazione al Teatro e al sudore che comporta. Ma a questa domanda il pensiero va libero verso L’Effetto Che Fa, il primo spettacolo fatto con Giovanni Franci (regista anche di Silvio). In scena raccontavamo la tragica vicenda dell’omicidio di Luca Varani, ucciso nel marzo del 2016 con efferatezza inaudita. Lo spettacolo, antecedente al libro La Città Dei Vivi di Nicola Lagioia, fu il primo tentativo d’indagine in campo artistico su quel caso. Immagina la scena: sul palco tre attori, due di spalle seduti sulle sedie e uno faccia alla platea seduto in boccascena con le gambe ciondoloni. La sala è vuota. Quell’attore sono io, interpreto Luca Varani. Le porte si aprono e il pubblico entra. C’è chi ci vede e abbassa la voce, chi non se ne cura, chi non ci stacca mai gli occhi di dosso. Io ho lo sguardo fisso su di loro. Una volta seduti inizierò il monologo che dà il via allo spettacolo. Un sera, la terza replica, vedo entrare Giuseppe Varani, padre di Luca. Sono occhi negli occhi con il padre della persona che sto interpretando, tragicamente uccisa. Poi ci abbiamo parlato a lungo alla fine dello spettacolo. “Bello e veritiero” questo fu il suo giudizio. La seconda volta che è venuto era in prima fila e l’ho abbracciato. Occhi indimenticabili. Finita questa intervista chiamo Giovanni e gli propongo di rimetterlo in scena.
Recitare testi che prendono spunto dalla realtà (anche passata) della politica italiana è sicuramente un'esperienza importante, cosa pensa della situazione attuale in Italia, ma anche nel resto del mondo, a livello personale e artistico?
Fatti: siamo nel novembre del 2025. Le forze di centro sedicenti democratiche hanno smantellato la loro credibilità negli anni. Hanno dimostrato come il Razzismo (proprio del senatore Razzi, quello del “fatti i cazzi tuoi”) sia la postura istituzionale più in voga soprattutto tra le alte cariche. La sinistra pende verso il centro, la destra tira la carretta con le braccia tese. L’incertezza dilaga, via all’illusione della necessità dell’uomo forte al comando. E dagli di Trump, dagli di Netanyahu, dagli di stato d’emergenza sotto al quale si può bypassare tutto ciò che abbia anche solo una parvenza di processo democratico. In questa chiave credo che l’arte, la fantasia, l’empatia e la lotta alla prepotenza sia tutto ciò che ci rimane. Adoro i manifestanti che vanno incontro ai manganelli vestiti da unicorni, dimostrando che c’è qualcosa di più importante del difendersi. Così come c’è qualcosa di più importante degli indici di mercato. C’è la delegittimazione. La delegittimazione dell’economia che non tiene conto del benessere delle umanità tutte. La delegittimazione di stati colonialisti prevaricatori e genocidi. La delegittimazione del potere in quanto forma oppressiva di controllo. L’arte ha un grande ruolo in tutto questo. Aumenta la consapevolezza di chi la fa e di chi ne fruisce, agisce sulle fondamenta del nostro sentire tra la delicatezza della risata e la giungla della commozione. Le artiste vere, gli artisti veri hanno sempre la bussola puntata verso l’essere umano.
SOLO TRE DOMANDE
- Mi descrivo con solo tre aggettivi
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Spaventato.
- Inguastito.
- Presente.
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- Il solo evento che mi ha cambiato la vita
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L’incontro con l’acting coach Michèle Londsale Smith. Uno sguardo vero sull’abisso del mestiere dell’attore. E la gratitudine che ne comporta.
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