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Fil Rouge di Betty Salluce: corpo e calanchi per l'estate d'arte di Gaggenau a Milano fino al 4 dicembre

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Fino al 4 dicembre, nello spazio Gaggenau di Milano, va in scena il secondo atto della mostra Punti di contatto a cura di Sabino Maria Frassà. Con Fil Rouge, Betty Salluce presenta nuove opere, tra cui la sua settima Mano: un nuovo capitolo del ciclo manifesto avviato nel 2018. Il filo rosso segue le linee della mano come una geografia interiore e attraversa i calanchi della Basilicata: una traccia vitale che unisce corpo e paesaggio, facendo del legame una forma condivisa di riconoscimento ed empatia.

"Punti di contatto – Restiamo in ascolto" entra nel suo secondo atto. La mostra personale di Betty Salluce, curata da Sabino Maria Frassà e promossa da Cramum e Gaggenau nel suo spazio nel cuore di Milano, presenta Fil Rouge, un nuovo nucleo di opere inedite che amplia la ricerca dell’artista e accompagnerà il pubblico fino alla conclusione dell’esposizione, il 4 dicembre 2026.

Se il primo capitolo nasceva dalla domanda formulata nel 1974 dal filosofo Thomas Nagel – «Com’è essere un pipistrello?» – e rifletteva sull’impossibilità di conoscere pienamente l’esperienza dell’altro, Fil Rouge compie un passo ulteriore. Non cerca una risposta, ma mostra come l’empatia non coincida con il possesso dell’esperienza altrui: nasce piuttosto dalla capacità di costruire una relazione, accettando che una parte dell’altro rimanga irriducibilmente intima e misteriosa. È proprio questo limite a rendere possibile una conoscenza fondata sul rispetto.

Questa evoluzione nasce anche dal dialogo con lo spazio Gaggenau e con le nuove interfacce Expressive e Minimalistic, che hanno ispirato il progetto sin dal suo esordio a gennaio. Fin dalla prima parte della mostra, il design e la ricerca di Betty Salluce hanno condiviso una stessa idea di prossimità: avvicinare senza imporre, accogliere la presenza dell’altro, trasformare il contatto in relazione. Con Fil Rouge, questa intuizione si approfondisce e trova una nuova forma: “il filo rosso estende la relazione dal corpo al paesaggio, facendo dell’empatia non solo un gesto tra persone, ma un modo di abitare il mondo”, osserva Sabino Maria Frassà, curatore della mostra.

«In risonanza con la ricerca artistica di Betty Salluce, Gaggenau propone un’interfaccia utente che pratica la prossimità: un sensore che accoglie la presenza più che richiederla e un “sole nascente” che orienta a distanza il gesto del cucinare. Non spettacolo, ma misura, eleganza e senso profondo dell’abitare: è questo il terreno d’incontro tra design e arte.» commenta Mistral Accorsi, Brand Manager Gaggenau.

Il cuore del nuovo progetto è la settima Mano di Betty Salluce, una nuova opera del ciclo avviato nel 2018 e divenuto il manifesto più riconoscibile della sua ricerca. In otto anni l’artista ha realizzato soltanto sette Mani: opere-manifesto che accompagnano i passaggi più significativi della sua vita e del suo percorso creativo.

«Questa settima Mano segna per me un passaggio radicale, in qualche modo anche sofferto, a lungo meditato e profondamente voluto. Dopo anni di lavoro sulle mani di sconosciuti, spesso legate a storie di immigrazione e di forte impatto sociale, il punto di partenza per riflettere sull’empatia e sul rapporto con l’altro non è più una persona incontrata brevemente, ma il corpo del mio compagno. La sua mano, che conosco così bene, una volta trasformata in opera non appartiene più soltanto a noi due: diventa un punto di contatto, il luogo attraverso cui ciascuno si presenta all’altro e costruisce intimità, un simbolo universale dell'incontro tra due persone. Con le mani conosciamo il mondo: a volte per pochi secondi, altre per tutta la vita. Era proprio questo il bisogno che sentivo: raccontare un’universalità capace di andare oltre la storia della singola mano. Sono tutte forme di empatia che mi portano a riflettere sul nostro essere tutti uguali e, insieme, profondamente unici: mondi portatori di storie che non si conoscono mai abbastanza e che affidiamo agli altri timidamente, con pudore, ma anche con il desiderio di ascoltare e di metterci in gioco», racconta Betty Salluce.

Da qui nasce il senso più profondo di Fil Rouge. Il filo rosso non indica soltanto il segno che attraversa fisicamente le opere, ma il principio di continuità che lega corpo, paesaggio e relazione. «Per Salluce il rosso non è il colore della ferita, ma della vita che circola: energia, possibilità, percorso. Il filo segue le linee della mano come una geografia interiore e poi attraversa i calanchi della Basilicata, trasformandosi in radice, corso d'acqua, incisione della terra. Betty Salluce non racconta il contatto come fusione, ma come spazio di reciproco riconoscimento: il filo rosso avvicina, attraversa e connette, lasciando intatto il mistero dell'altro», osserva Sabino Maria Frassà, curatore della mostra.

Corpo e terra diventano così due geografie della stessa vita. Il filo rosso racconta l’energia che le attraversa entrambe: nasce dall’intimità di una mano e raggiunge il paesaggio, trasformando una storia personale in una forma condivisa di empatia. È questa la traiettoria di Fil Rouge: un percorso che, nello spazio Gaggenau, continua a crescere insieme alla mostra, facendo dell’arte e del design un esercizio concreto di ascolto, relazione e riconoscimento.

Betty Salluce

Betty Salluce (Matera, 20 febbraio 1992) è un’artista visiva che lavora tra fotografia e interventi a cucitura. Dopo il Liceo Artistico “Carlo Levi”, nel 2014 si trasferisce a Carrara e studia Pittura all’Accademia di Belle Arti con Gianni Dessì, laureandosi (I livello) con una tesi sul corpo dell’artista come denuncia politica e sociale. Dal 2017 vive a Torino, dove lavora negli studi di Paolo Grassino e, dal 2019, del Maestro Luigi Mainolfi; affianca Francesca Arri in diverse performance (Moving Bodies Festival 2018–2019, Teatro Espace; Choose Life, Polo del ’900, 2021). Consegue la Laurea di II livello in Pittura all’Accademia Albertina (2020, rel. Massimo Barzagli). Nel 2024 vince il Premio “Cramum Reti for Art”, entrando nella Collezione Paneghini. Attualmente vive e lavora a Pisa.

La sua ricerca indaga tempo e identità: corpi e paesaggi, spesso sospesi in una dimensione di fermo immagine, trasformano la velocità del quotidiano in silenzio, riflessione e ascolto. Le cuciture ricompongono fratture simboliche, offrendo uno spiraglio di verità in un presente instabile.

Selezione mostre: Galleria Ricci, Carrara (2016); HERE, Cavallerizza, Torino (2017, 2018); collettiva Accademia Albertina, Torino (2019, a cura di M. Barzagli); Abbiamo invitato un po’ di artisti nello spazio, Torino (2021, Osservatorio Futura); Cinematopie, Biblioteca Bottini dell’Olio, Livorno (2023, a cura di J. Suggi); Il Paesaggio Impossibile, Chiesa dei Santi Apostoli, Nola (2023, a cura di G. Riccio, Premio Renovatio Mundi); eroi?, Collezioni Paneghini Reti S.p.A., Busto Arsizio (2024, Premio Cramum).

Fil Rouge. La geografia della relazione

Testo critico di Sabino Maria Frassà, curatore della mostra 

Le nuove opere che compongono il nucleo Fil Rouge rappresentano l'approdo più recente della ricerca che Betty Salluce ha avviato nel 2018 con la serie delle Mani, oggi giunta al suo settimo lavoro. La mano non è mai stata, per l'artista, un semplice soggetto iconografico: è il luogo originario della relazione. Prima ancora del volto, è attraverso la mano che ci presentiamo al mondo, riconosciamo l'altro, offriamo cura e instauriamo fiducia. È da questa soglia dell'incontro che prende avvio l'intera ricerca di Salluce. Oggi quella stessa ricerca si apre a una dimensione più ampia, estendendo la relazione dal corpo al paesaggio.

In Fil Rouge questo nucleo fondante si apre a una nuova estensione. Il filo rosso non indica soltanto il segno che attraversa fisicamente le opere, ma il principio di continuità che lega corpo, paesaggio e relazione. Come spiega l'artista, il rosso rappresenta la vitalità: non la ferita, ma la vita che circola, l'energia che alimenta e mette in relazione. Il filo diventa così la manifestazione visibile di una forza generativa che attraversa corpi, paesaggi e, più in generale, ogni forma di vita.

Il metodo di lavoro resta fedele a un processo di ascolto dell'immagine. Salluce osserva le linee della mano come una geografia interiore e lascia che siano esse a suggerire il percorso della cucitura. Non inventa il disegno del filo, ma lo scopre: segue percorsi già inscritti nella pelle, come vene, sentieri o corsi d'acqua. La mano diventa così una mappa vivente, nella quale ogni linea suggerisce una direzione possibile.

Questa settima mano segna anche un passaggio più intimo. Per la prima volta il punto di partenza non è una persona incontrata occasionalmente, ma il corpo del compagno dell'artista, già presente nelle opere di Punti di contatto. Eppure, proprio nel momento in cui entra nell'opera, quel corpo supera il dato biografico e si apre allo sguardo di chi osserva, diventando uno spazio di riconoscimento. «Mi interessava raccontare il suo corpo anche attraverso la mano», osserva Salluce. Ma quella mano non appartiene più soltanto a qualcuno: diventa un punto di contatto, il luogo attraverso cui ciascuno si presenta all'altro e costruisce intimità. L'esperienza personale si apre così a una dimensione universale, nella quale ogni osservatore è invitato a riconoscersi.

Da qui prende forma il passaggio decisivo di Fil Rouge: far uscire quella stessa energia dal corpo per ritrovarla nella terra. Il filo rosso abbandona la superficie della pelle e attraversa i calanchi della Basilicata, trasformandosi in radice, corso d'acqua, incisione del paesaggio. Corpo e terra si rivelano così due geografie della stessa vita, attraversate dalla medesima energia vitale.

Lo stesso sistema di linee riaffiora nel paesaggio: le vene della mano sembrano trasformarsi nelle radici della terra, i percorsi del corpo nelle incisioni dei calanchi. Il filo rosso attraversa entrambe queste geografie come un'unica energia vitale, suggerendo che ciò che alimenta il corpo e ciò che rende fertile la terra appartengono allo stesso principio generativo. Il paesaggio non è più soltanto uno scenario da contemplare, ma un organismo vivo, attraversato dalla stessa vitalità che anima il corpo umano.

Tra le opere più significative emerge quella dedicata alla schiena, che introduce una tensione compositiva inedita. Più severa, meno circolare, quasi attraversata da una geometria centrale che interrompe la consueta armonia del linguaggio dell'artista. L'opera nasce dal tentativo di sovrapporre due corpi, creando una stratificazione di presenze che lascia affiorare soltanto una traccia della figura sottostante. La relazione continua così ad abitare l'immagine senza mai manifestarsi pienamente.

Anche in questo caso il processo creativo procede senza un progetto rigido. L'artista aveva immaginato di intervenire con il filo direttamente sulla schiena, ma durante il lavoro ha scelto di fermarsi, lasciandosi guidare dall'opera stessa. È proprio questo continuo ascolto dell'immagine a generare una composizione più tesa e introspettiva, nella quale corpo e paesaggio condividono la stessa energia vitale e lo stesso spazio di relazione.

Il fil rouge, allora, non è soltanto un segno cromatico o compositivo, ma la forma visibile di una relazione. Unisce senza fondere, attraversa senza invadere e rende possibile il riconoscimento reciproco. Ogni filo conserva la distanza necessaria all'incontro: non cancella il confine, lo rende abitabile. È proprio in questo spazio, sospeso tra prossimità e alterità, che Betty Salluce riconosce la possibilità autentica dell'empatia. Le sue opere non chiedono di riconoscere qualcuno, ma di riconoscersi.

cramum

Cramum è un progetto non profit che dal 2012 sostiene le eccellenze artistiche in Italia e nel Mondo. Il nome è stato scelto proprio perché significa “crema”, la parte migliore (del latte) in latino, lingua da cui deriva l’italiano e su cui si è plasmata la nostra cultura. Cramum promuove attivamente mostre e progetti culturali volti a valorizzare Maestri dell’arte contemporanea non ancora noti al grande pubblico, sebbene affermati nel mondo dell’arte. Dal 2014, sotto la direzione artistica di Sabino Maria Frassà, Cramum intraprende con successo un piano di sviluppo di progetti di Corporate Social Responsibility in ambito artistico, ottenendo numerosi riconoscimenti, tra cui la Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana nel 2015.

https://amanutricresci.com/cramum/

gaggenau

Gaggenau produce elettrodomestici professionali di altissima qualità ed è al contempo simbolo di innovazione tecnologica e design “Made in Germany”. L’azienda, la cui origine risale al 1683, rivoluziona l’universo degli elettrodomestici portando caratteristiche professionali nelle case di chi ricerca la differenza, anche nella cucina privata. Il successo delle sue soluzioni si fonda su una forte componente artigianale della manifattura e su un design senza tempo dalle forme pure e lineari, associati a un’elevata funzionalità e avanguardia tecnologica. Dal 1995 Gaggenau fa parte del gruppo BSH Hausgeräte GmbH, con sede centrale a Monaco, in Germania, ed è presente in più di 50 Paesi in tutto il mondo con 25 flagship showroom nelle principali città, tra cui quelle di Milano e Roma inaugurati in collaborazione con il partner DesignElementi rispettivamente nel 2018 e nel 2020.

https://www.gaggenau.com/it/

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