Solo Menti

Marco Belocchi

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Nasce a Roma nel 1960. Laureato attore all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” nel 1983. Tra gli altri insegnanti: A. Trionfo, L. Ronconi, A. Camilleri, L. Salveti, F. Nuti, M. Fabbri, A. Corti, G. Moschin. Da allora lavora prevalentemente in teatro con registi quali L. Ronconi (Santa Giovanna, 1984; Le due commedie in commedia, 1984), A. Trionfo (Fiorenza, 1986), R. Reim (Les enfants terribles,1990), S. Cardone, D. Mongelli, M. Nichetti, F. Però (Se questo è un uomo, 2006); T. Russo (La tempesta, 2008); e accanto ad attori quali V. Moriconi, P. Micol, A. Asti, A. Foà, V. Gazzolo, M. Micheli, N. Mascia, partecipando a circa centocinquanta spettacoli. Dal 1991 comincia a dedicarsi anche alla regia mettendo in scena prevalentemente autori contemporanei tra cui La sala chiusa (2001) di S. D’Angelo; Popcorn (2007) di F. Carena. Dal 1993 collabora col Teatro Stabile del Giallo di Roma dove mette in scena dei classici del genere tra cui L’uomo ombra (1995-2000), dal romanzo di D. Hammett e Lascala a chiocciola (2001), dal romanzo di E. L. White. Tra le ultime produzioni: La recita di Caligola (2016), di V. Sagat; Il misantropo (2017), di Molière; La bisbetica domata (2018), di W. Shakespeare; Il giuoco delle parti (2019), di L. Pirandello; Attenti al cane! (2019), di V. Montfort; I Menecmi (2019), di T. M. Plauto; Cocktail per tre (2020), di S. Moncada; Goetheback to Rome (2021), spettacolo multimediale di V. Mastromanno e m.m; Il tradimento di Don Chisciotte (2021),di M. Paoletti; Donne in amore, di m.m (2022); C’era una volta un pezzo di legno (2022) scritto e diretto da m.m. e D.Poggi. Direzione Artistica: Teatro Stabile del Giallo di Roma dal 1999 al 2002; In Altre Parole rassegna di Drammaturgia contemporanea Internazionale dal 2008 al 2010. Teatro Ecuba 2021-22. Per il cinema ha scritto soggetti e sceneggiature tra cui Antelope Cobbler, film per la regia di A. Falduto; ha poi scritto e diretto i cortometraggi Da Cesare (1989); L’ultima ora(2009) e I colori del drago (2012), questi ultimi finanziati dal MiBAC; Sordo… alla violenza! (2010) con ragazzi di liceo non udenti che ha vinto vari premi; Di Ulisse il folle volo, (2019), finanziato da RASI. Scrive inoltre narrativa e poesia conseguendo vari riconoscimenti e pubblicazioni tra cui i racconti Storie da un mondo oltre (GPI, Terni 2008), Il curioso incontro delle parallele, in collaborazione con M. Letizia Avato (Centro Studi Tindari-Patti, 2017); la silloge poetica Esercizi di immortalità(Progetto Cultura, Roma 2013); testi teatrali dei quali ha poi curato la messa in scena ovvero: Eleonora D. (1992-2022)n(Progetto Cultura, Roma 2022); Gigolo (1992); La regina dellnanotte (1993); Saulo di Tarso (2004-2014) (Progetto Cultura, Roma 2014); In silenzio (2022) (Progetto Cultura, Roma 2022); il dramma storico Novantaquattro (Progetto Cultura, Roma 2013), in collaborazione con F. de Giorgio. Dirige dal 2017 il Premio Letterario nazionale La Clessidra. Cura dal 2019 due collane di poesia e narrativa per la casa editrice Lithos di Roma. Recentemente impegnato alla realizzazione della messa inscena dell’Opera Teatrale I lunatici uno Spettacolo collettivo tratto dall’opera Teatrale omonima di Thomas Middleton e William Rowley. Stavolta ha deciso di cimentarsi con quest’opera che non viene rappresentata in Italia dal 1966 allorché venne portata in scena da Luca Ronconi che di Belocchi è stato il Maestro. «Ad affascinarmi, nei Lunatici, erano l’erotismo forsennato del testo e il tema, intrecciato, del coraggio e della follia. Lo spettacolo riproponeva proprio questo – il teatro e il manicomio – come due momenti incastrati l’uno dentro l’altro, con il primo che si rifletteva nel secondo e viceversa», affermava il grande Ronconi. Marco, oltre alla Regia nell’opera I lunatici si ricava anche il ruolo da Attore interpretando il personaggio di Alcemero e contemporaneamente quello di Franciscus. La vicenda si svolge nel contesto di una Spagna immaginaria, dove Beatrice, che è sul punto di sposare un nobile, si innamora del mago Alsemero. Qualche risposta all’intervista effettuata da Patrizia Boi ci consente di comprendere l’interpretazione di questo importante testo del teatro elisabettiano inglese, dove l’amore giustifica ogni azione, dalla manipolazione, all’inganno fino all’assassinio, con un succedersi di delitti motivati solo dal doversi liberare di individui scomodi e inopportuni, con leggerezza, come se non ci fosse un’altra scelta.

SOLO TRE DOMANDE

  • Mi de­scri­vo con solo tre ag­get­ti­vi
    • Competente.
    • Poliedrico.
    • Creativo.
  • Il solo even­to che mi ha cam­bia­to la vita
    • L'incontro con Luca Ronconi che è stato il mio Maestro all'Accademia e con cui ho collaborato per tutti gli Anni '80.

l'intervista di patrizia boi

Marco, perché la futura sposa semplicemente non annullale nozze? Quali sono le motivazioni che la conducono a macchiarsi di un delitto? Il denaro? La reputazione? La follia?

«Inizialmente forse è solo leggerezza. Una ragazza capricciosa che non si rende conto del gesto che sta commettendo, o meglio che fa commettere da un servo odiato. Nella sua mente pensa anzi di liberarsi di due persone che detesta: il futuro sposo e il servo viscido, ma naturalmente sbaglia i calcoli e questo la porterà ad una discesa folle verso il male».

Hai scelto per il tuo ruolo da Attore il personaggio di Alsemero, come ti senti a calzare i panni di un avventuriero? Come hai fatto entrare dentro di te la figura del mago malvagio?

«Chi fa teatro è sempre un po’ un avventuriero, forse un avventuriero dell’anima e della psiche e in questo dramma è quasi un personaggio positivo, si lascia trascinare dall’amore, nonostante presagi negativi e alla fine paga uno scotto, ma non si macchia di efferatezze folli come altri. Insomma non è un mago malvagio, forse uno studioso che per la follia d’amore non riesce a leggere la realtà dei fatti…».

E la tua Beatrice com’è? Ingenua? Scaltra? Affascinante? Sinistra? Amabile? Inconsapevole?

«Inizialmente appunto inconsapevole, certamente con un fascino, magari sinistro e con l’andar della vicenda sempre più perverso e infine criminale. Un personaggio difficile e contorto che la scrittura di Middleton disegna con grande profondità, in un tempo in cui la psicanalisi certo non esisteva».

Come agisce il senso di colpa in Beatrice, quali sono le sue
luci e ombre?

«Forse Beatrice non ha un vero senso di colpa, quando imbocca la strada del delitto semplicemente non può tornare indietro, come avviene credo a qualunque criminale. Un delitto ne porta un altro e poi un altro ancora. Solo alla fine chiede perdono, ma è troppo tardi. Quando si entra in contatto col male, si resta invischiati, forse lei quasi se ne compiace, si potrebbe pensare che il male l’aspettasse al varco, alla prima occasione è caduta».

Quanto c’è di Commedia e quanto di Tragedia in questa rappresentazione?

«Si alternano in una simmetria quasi perfetta. Al mondo della corte si contrappone il manicomio, ma la pazzia e la tragedia albergano nel mondo reale, nel manicomio tutto è deformato grottescamente e in fondo diventa innocuo, da commedia appunto».

Come hai congiunto la trama dell’opera con la sottotrama che si svolge in un manicomio?

«Le due trame si alternano e praticamente si incontrano solo nel finale, ma l’una è speculare all’altra, alla follia innocua dei pazzi e degli idioti corrisponde una follia ben più pericolosa nella corte, dove violenza, sesso, perversità e omicidio dominano le pulsioni dei personaggi».

La figura di Alibius, direttore medico della casa dei pazzi, da chi sarà interpretata Avrà qualche caratteristica del Teatro shakespeariano che tu spesso hai rappresentato?

«L’attore è Giovanni Ribò, attore di esperienza che ne fa un medico strampalato, forse più attento al denaro che alla medicina, oggi diremmo un direttore sanitario con pochi scrupoli. E poi gelosissimo della moglie giovane e bella, assediata da molti pretendenti».

Quanto è importante la figura di Isabella, interpretata da Tania Lettieri, ai fini del messaggio finale che si vuole trasmettere al pubblico?

«Isabella è quasi lo specchio di Beatrice, ma non ne ha la perversità, rimane una sposa forse infedele, ma alla fine non persegue fini malvagi, fermandosi ad una certa malizia. Attraverso lo smascheramento dei pretendenti che si fingono idioti prende coscienza della follia del mondo, se l’avessero corteggiata senza stupidi sotterfugi avrebbero magari ottenuto qualcosa».

E la funzione di tutta la pletora dei personaggi che si fingono pazzi o idioti per poterla corteggiare, senza che l’assistente del medico riesca ad accorgersene, è una critica al mondo scientifico inglese o al nostro universo contemporaneo?

«In realtà l’assistente medico, finge di non accorgersene con lo scopo più basso di approfittare della situazione e possedere lui la bella Isabella. Potrebbe essere un doppio grottesco di De Flores senza averne però la statura tragica e violenta».

La figura del perverso e passionale De Flores, interpretata da Fausto Morciano, è solo un coacervo di ombre, oppure nella sua vibrante passione presenta i caratteri dei grandi eroi negativi shakespeariani?

«Certamente può avvicinarsi a dei grandi personaggi shakespeariani come Jago, ma in più ha una perversità sessuale che Jago non aveva, lo avvicinerei anche ad Angelo di Misura per misura, altro dramma che mi tenta moltissimo». Angeli e diavoli, bianco e nero, maschio femmina, luce e buio, è la commedia della dualità o della complessità dell’animo umano?

«Sì, si potrebbe sintetizzare così, è anche la commedia dei mondi rovesciati e, come direbbero le streghe di Macbeth, dove il brutto è bello e il bello è brutto».

Qual è il messaggio finale dell’opera?

«Credo che ognuno possa trarne un suo messaggio, ognuno può coglierne degli aspetti e delle sfumature. Certamente l’immagine che rimanda è inquietante, la ragione è bandita e ognuno è preda delle pulsioni, e appunto la follia dilaga a vari livelli, senza che ce ne accorgiamo e alla fine tutti ne sono impregnati. Direi che per i tempi che viviamo, con le dovute differenze, piuttosto attuale».

solo tante immagini

 

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